Agricoltura

Adagiato nella parte meridionale della più estesa pianura della Sardegna, il Campidano, San Sperate vanta un’antica e solida tradizione contadina.
Pesche di San SperateLa fertilità del terreno, le favorevoli condizioni climatiche e la disponibilità d’acqua ne fanno uno dei centri agricoli più importanti dell’isola. Particolarmente significativa è la coltivazione degli agrumi e delle pesche. Queste ultime, rinomate per la polpa dolce e succosa, sono tutelate dal marchio De.C.O. Pesche di San Sperate (Denominazione Comunale di Origine).

L'istituzione della De.C.O. tutela i frutti e costituisce allo stesso tempo una garanzia di qualità per il consumatore. Le caratteristiche vengono codificate da uno specifico disciplinare di produzione, stabilito e approvato dal Consiglio Comunale, nel rispetto delle tradizioni locali. Alle pesche è dedicata una grande sagra nel mese di luglio, in concomitanza con i festeggiamenti del santo patrono. Da ricordare anche la coltivazione dei pomodori, delle olive e dei cereali.

 

 

 

Proprietà benefiche della pesca - tratto dal sito della Regione Autonoma della Sardegna
La coltivazione del pesco è di origine antichissima.Diverse testimonianze ne fanno risalire l’origine a 5000 anni fa nelle regioni della Cina, dove tuttora vi sono specie selvatiche. Dal lontano Oriente il pesco al seguito delle carovane giunse in Siria e soprattutto in Persia da cui il nome botanico “Prunus persica”.
L’introduzione del pesco in Europa e nel Mediterraneo viene da molti attribuita ad Alessandro Magno a seguito delle sue guerre contro i Persiani. In Egitto la pesca era sacra ad Arpocrate Dio del silenzio e dell’infanzia. Da qui l’usanza di paragonare le guance dei bambini alle pesche, sinonimo di pelle vellutata. Il primo paese dove fu coltivato fu la Grecia, e in Italia la sua diffusione avvenne in epoca Romana. Le pesche dei Romani erano acidule e poco aromatiche in quanto non ancora adattate al clima Mediterraneo.Fu per questo che il più grande esperto di cucina dell’epoca, Apicio, le conservava sotto aceto.
Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente le colture arboree scomparvero quasi completamente dall’aperta campagna dell’Europa occidentale per trovare rifugio all’interno delle mura non devastate dalla incursioni barbariche.
Intorno alla metà del 1600, si hanno testimonianze in Italia di diversi utilizzi gastronomici. A titolo di curiosità si cita il gastronomo Bartolomeo Stefani che propone una minestra di “persiche, con pesche durose da cuocere a dadini in brodo di capone a cui aggiungere uova battute insaporite con semi di melone pestati a mortaio, zucchero e succo di limone”.
Intorno al 1500 i colonizzatori spagnoli e portoghesi lo introdussero nell’America Latina e in Florida. Mentre con la colonizzazione inglese del 1700 il pesco raggiunse l’Australia e la nuova Zelanda. Attualmente è coltivato tra i 30 e 45 gradi di latitudine. Nel resto dell’Occidente si diffuse rapidamente grazie alla sua rapidità di moltiplicazione per seme. Su scala industriale, in Italia i primi impianti specializzati si fanno risalire al 1898 nel Comune di Massa Lombardo in Emilia Romagna. In Sardegna la specie è coltivata da circa 50 anni a San Sperate dove da 45 viene organizzata la Sagra della Pesche.