Origini del Muralismo
Era il 1968, nessuna particolarità architettonica o culturale distingueva San Sperate dagli altri paesi. I muri di fango documentavano la miseria e la povertà di un paese anonimo. Questi muri avevano assorbito tutta la storia di un villaggio rimasto immobile per decenni, quei muri conosciuti e vissuti erano il supporto ideale per raccontare altra storia. la storia moderna, la storia della gente che lavora, vera protagonista della cultura sarda.

Pinuccio rientrava da Parigi, dopo circa un anno in Spagna. La protesta giovanile del '68 si respirava un pò ovunque. La rivoluzione che in Europa si faceva con i pugni chiusi a San Sperate si fece con il pennello in mano. Pinuccio Sciola, con l'appoggio dei suoi amici di sempre, iniziò a dare la calce sui muri delle strade, quel bianco accecante in piena estate diede nuova luce alla quotidianità di un paese vissuto dal duro lavoro nei campi. così ricco di una cultura millenaria eppure all'ombra della storia come gran parte dei piccoli paesi isolani. La volontà di comunicare nuovi messaggi attraverso l'immagine era fortissima e quei muri bianchi rappresentavano uno spazio invitante. Tutto sembrava impossibile analizzando la diffidenza innata dei sardi per il nuovo e parlare di arte 30 anni fa era davvero difficile. Fino ad allora la pittura era rappresentata solo dalle immagini di storia sacra affrescata nelle volte delle chiese, la scultura erano i santi che per le grandi occasioni scendevano dagli altari e giravano il paese con le processioni. Tuttavia l'iniziale diffidenza si trasformò in un entusiamo crescente nel tempo. Il recupero e la trasformazione dei muri di fango portava con sè l'evoluzione di un intero paese.

In breve tempo San Sperate divenne centro di interesse per tanti personaggi del mondo dello spettacolo, dell'arte e della cutlura italiana e straniera.

La formula inventata da Sciola con il pieno appoggio di interlocutori dotti e popolari, rappresentò con molta semplcità un piano di valorizzazione economica e culturale. San Sperate è diventato un simbolo funzionale di una dirompente evoluzione, culturale e politica, inizialmente entro la realtà civile del paese, ma di lì a poco la pratica muralistica di estese in altri della Sardegna. Dal 1970 il muralismo del paese museo sale all'onore della cronaca, l'attenzine della stampa sull'insolito campo di sperimentazione socio-politico-culturale che si adava articolandosi a San Sperate è stata quasi immediatamente recepita.

L'idea iniziale di "Paese Museo" venne accolta con entusiasmo da Foiso Fois e Liliana Canu, da Giorgio Princivalle e Gaetano Brundu, da Nando Pintus, Giovanni Thermes e Franco Putzolu. Successivamente arrivarono gli artisti stranieri per lavorare sui muri. La pittrice Hansi Bhon nei primi anni '70 a Londra pubblicò un libro che racconta e illustra le diverse esperienze artistiche a San Sperate dalla Germania arrivò Rainer Pfur e Elke Reuter, dall'Olanda Walter Jansen, dalla Svizzera Orto Melger dal Messico Josè Zuniga e Corrado Dominiguez. La singolare esperienza di San Sperate in poco tempo si fece sentire anche oltremare, nel 1976 l'intero paese venne invitato a partecipare alla Biennale di Venenzia nell'ambito della sezione "Ambiente come sociale
seconda parte